Friday, 22 June 2012

Wannabe a blogger (?)


Sono stata un po’ latitante negli ultimi tempi. Ma ho avuto i miei buoni motivi. E soprattutto, non me li aspettavo. (Seguirà post di riflessione sul random che ci circonda).

La realtà è che io non ci sono mai entrata in questi meccanismi dei bloggers che sono amiconi tra di loro e si mandano anche baci e abbracci. Non pensavo si potesse essere tendenzialmente sociopatici anche nella rete. Ma siccome voglio essere una ggiovane che si adegua alla flessibilità dei nostri tempi, ho stilato una classifica che pare che si usi molto tra le blog-community. In realtà credo che sia già fuori moda, perché è dai tempi di Amélie che è nata l’epidemia di “le piccole cose impensabili che ci rendono felici”. Però, devo pur sempre mantenere la cifra grottesca del blog, quindi trovo più adeguata questa classifica:

Le piccole, ma sentite, intolleranze quotidiane

1-      L’esplosione di libri/ cd di gente famosa nell’immediato post-mortem. (dialogo alla Feltrinelli: “scusi, cercavo il libro di quell’autore, quello morto da poco: Samarago”)

2-      L’espressione “piuttosto che” utilizzata come sinonimo di “oppure” (Utilizzato peraltro con la convinzione di sfoggiare un lessico ricercato)

3-      Chi si presenta con cognome e nome.

4-      I termini inglesi italianizzati (“bypassare” su tutti);

5-      Le foto in posa davanti ai monumenti; (possono anche essere belle eh. Ma partendo dal presupposto che sono meno fotogenica di una sedia a dondolo, mi dispiace rovinare la memoria di fior di artisti che non avranno progettato il monumento in questione per immortalare un campionario  variegato di espressioni ebeti)

6-      Il momento in cui il sole va via dal balcone in primavera; (ok, concedetemi un po’ di poesia in questa vita difficile. -Scusate, ora vado a registrare i diritti d’autore, prima che Fabio Volo me la rubi-)

7-      La risposta “di tutto” alla domanda “che musica ascolti?”;

8-      “Raccontami!” al ritorno da un viaggio; (Preferibilmente posta da illustri sconosciuti per colmare silenzi imbarazzanti)

9-      Il latte tiepido.
10- "Ah, sai il russo??? e dimmi qualcosa!" ("addio"- va bene?)

Non so se arriverà mai una lista di cose che amo- perchè giuro che esistono delle cose che amo.
Ma ho sempre trovato più difficile scrivere di cose belle, perchè mi sembra che ci siano meno parole per farlo, senza rischiare di banalizzarle.
  E comunque no, non la metto la foto di Amelié con le fragole sulle dita.

                                                                                    "La felicità si racconta male, perché non  
                                                                         ha  parole, ma si consuma e nessuno se ne accorge"
                                                                                                                   ( Jules et Jim)

Saturday, 12 May 2012

Parallelismi


Durante una delle frequenti conversazioni sulla mestizia dei nostri tempi con la mia amica D., (compagna di  riflessioni sui massimi sistemi, nonché di amare constatazioni sulla volatilità dei tessuti H&M), è venuta fuori un’inquietante analogia tra due drammi contemporanei: mancanza di lavoro e moria di uomini al di sopra del livello minimo di sussistenza.
Ai fini della nostra indagine, procederemo quindi per fasi, sottolineando i risvolti più interessanti.
FASE 1: LA SCOPERTA
Lavoro: trovi un annuncio; ad una superficiale analisi decidi che è il lavoro che fa per te, cominci a sognarlo come il punto di partenza della tua brillante carriera. Immagini quando dirai: “pensa, io ho cominciato così”. Ritocchi il CV a seconda delle esigenze, invii e speri.
Vita sentimentale: trovi un ragazzo che potrebbe avere delle potenzialità, fermandoti  a quel meraviglioso stadio delle apparenze, che ti inducono alla ragionevole certezza che sia l’uomo della tua vita. Speri. E per ogni evenienza prenoti una ceretta.
FASE 2:  L’INCONTRO
Lavoro: ti prepari trionfalmente al colloquio. Fai la sciolta, ti vendi anche le tre parole di cinese che hai imparato  in Erasmus, ripeschi un corso fatto in terza media per ricercare una certa coerenza con il lavoro in questione. Grandi sorrisi, te ne vai pensando che è quello che vuoi. Sei sicura di aver fatto una buona impressione.
Vita sentimentale: ti prepari trionfalmente all’appuntamento/occasione in cui lo vedrai. Fai la sciolta, scegli una sapiente combinazione di vestiti che dovranno sembrare casuali, fai sfoggio dei tuoi più brillanti argomenti di conversazione. Grandi sorrisi, te ne vai pensando che vuoi rivederlo e che lo rivedrai, perché c’è stato qualcosa/si è capito che vi piacete.
FASE 3: L’ATTESA
(Qui cominciamo con le analogie evidenti, per cui la suddivisione appare superflua).
Entrambi potrebbero chiamare da un momento all’altro. A chi ti chiede se aspetti una telefonata, visto che il cellulare è diventato un’estensione della mano e che anche in caso di scossa di terremoto ti assicuri prima  che non sia la vibrazione del telefono, rispondi dicendo che “è l’abitudine”. Ora, a seconda degli esiti, le fasi successive possono essere due:
FASE 4-a: IL DUBBIO ETERNO
La telefonata non arriva. Dopo aver passato in rassegna tutte le eventualità per le quali sono stati impossibilitati a chiamarti, che variano dalla dissenteria ad un’improvvisa tromba d’aria che gli ha portato via il cellulare e tutti gli altri mezzi di comunicazione, arrivi alla lenta ma inesorabile constatazione, che prima o poi tocca a tutte: “il problema sono io”. Il momento successivo è il più deleterio, soprattutto per chi ha la sventura di raccogliere le tue confidenze. La tua mente sarà occupata a tempo pieno da fantasiose ricostruzioni, che argomenterai  con convinzione anche al gatto. Possiamo individuarne una successione cronologica:
1-      Sono una mezza sega;
2-      Tutti gli altri erano più bravi di me, anche la signora delle pulizie / gli piace una strafiga- gattamorta che era lì quella sera- è fidanzato  con una che non lascerà mai perché è molto meglio di me.
3-      Non ero abbastanza sicura/ non ero abbastanza attraente.
4-      Ero troppo sicura di me/ ero troppo certa di piacergli.  
5-      Sono degli stronzi/ è uno stronzo.
Inutile dire che il ciclo di opzioni si ripeterà più volte, ma la numero 5 resterà la tesi più accreditata nel tempo.

FASE 4-b: IL VERDETTO
Opzione 1. La telefonata arriva.
(NDR Qui devo purtroppo proporre un ragionamento per assurdo, una forzatura indispensabile per una lettura assoluta della realtà: cioè l’ipotesi in cui ti comunichino che non sei stata presa per il lavoro, spiegandotene le ragioni, e quella ancora più creativa per cui l’uomo in questione si faccia vivo per spiegarti perché non vuole farsi più vivo).
 Anche in questo caso, inquietanti similitudini nelle motivazioni addotte:
1-      “abbiamo trovato un candidato maggiormente idoneo alla posizione”/ “mi sono innamorato l’altro ieri di un’altra”, che è la versione ufficiale di “stavo dietro a più ragazze e mi sono messo con la prima che me l’ha data”
2-      “abbiamo riscontrato l’assenza di alcuni dei requisiti per noi fondamentali”/ “Siamo incompatibili”
3-      “lei ha un eccellente CV e ottime esperienze, ma  troppe per i requisiti richiesti. Preferiamo profili più bassi, ma che possano crescere con noi. Insomma, overqualified.” / il leggendario “MI INTIMORISCI”.

Opzione 2: IL GRAN RIFIUTO

 Dopo che ti è stato opposto il gran rifiuto, amici e parenti cercano carinamente di consolarti. In genere si lanciano in sperticate lodi alla tua persona. Le opzioni sono due, dalle sottili differenze:

1- Tu meriti di più
"ma poi, diciamoci la verità:  tu eri proprio sprecata per quel lavoro/ ma l'hai visto quello lì, ma che ha di speciale? Ha una risata orribile e secondo me ha pure votato Berlusconi."
E' la versione più efficace. L'espressione "tu meriti di più" ti rende soggetto attivo della situazione e della celebrazione in atto, anche se un po' forzata. Ci credi un po'.

2- Non ti merita
Il contenuto è essenzialmente lo stesso di cui sopra, che "tu sei molto più-qualsiasi-cosa- di quel lavoro o di quello là". Ma la formulazione è ingannevole. Dopo un breve momento di confusione, il ritorno del raziocinio ti induce a pensare: " ma se dici che io sono tutte queste cose, perchè non mi vogliono?". 
Eh già,  perchè l'amara verità, che nessuno ammetterà, è che "non ti merita" in fondo è comunque "non ti vuole".  
Opzione 3, aka CHI ME L’HA FATTO FARE
Ti hanno presa. Otto minuti dopo la sensazione di conquista del mondo, sei assalita dai dubbi. Senti le dorate prospettive di carriera/vita insieme sgretolarsi inesorabilmente. Ti senti già oppressa.
Secondo giorno di lavoro/secondo appuntamento. Preferiresti fare la signora che distribuisce i ticket per l’ingresso nei bagni pubblici piuttosto che interagire con i tuoi colleghi/ non avevi mai notato quei segni dell’acne- e quel dito del piede storto- e “perché è così appicicoso”?
Ed ecco l’ultima, elegante e coincisa analogia: “ Mò so’ ca**i”.

(Nota a margine: avendo a cuore la naturale prosecuzione della specie e  un'efficace evoluzione della civiltà, l’autrice specifica che alcuni studiosi stanno elaborando l’originale tesi per cui sarebbe possibile una terza opzione: essere felici di lavoro e uomo. Tuttavia, è ancora al vaglio degli esperti; ad oggi non è possibile disporre di una rilevante esperienza empirica a riguardo.)

Sunday, 22 April 2012

Fenomenologia delle Relazioni Internazionali


Se fossi nell’Egregio Ministro Profumo, piuttosto che affannarmi tanto sull’abolizione del valore legale dei titoli di studio, mi dedicherei ad un’attività preventiva e formativa per i giovani futuri universitari. Non parlo della scelta del corso di studi, ma dello step immediatamente successivo: una guida pratica alla presentazione al mondo della tua facoltà, corredata di effetti collaterali derivanti da errata somministrazione. No, perché la vita di chi ha scelto Relazioni internazionali e diplomatiche non è mica facile.

Avrebbero dovuto darmi un foglietto illustrativo quel giorno, insieme al modulo di immatricolazione, che  mi avvertisse quantomeno che la  mia esistenza nei cinque anni seguenti sarebbe stata costellata da facce a forma di punto interrogativo, come replica alle richieste di informazioni sul mio corso di laurea. E dico solo cinque anni, perché poi sarebbe stato opportuno che alla laurea mi avessero dato un ulteriore vademecum su come balbettare cazzate alla domanda: “e ora cosa fai”?
Perché, se nella mia mente ho sempre avuto abbastanza chiaro quello che stavo facendo e quello che mi accingevo a fare, gli esiti delle mie spiegazioni agli estranei alla materia mi sono sempre parsi fumosi e disarticolati. D’altra parte, che tipo di logica argomentazione avrei potuto impostare all’ormai leggendaria replica di una lontana zia alla fresca notizia:

 “Ah. Ma è proprio una facoltà?”

Avrei mai potuto parlare di guerre preventive, di Convenzioni di Ginevra, di giuoco internazionale (cit. per chi la capirà)? No. Soprattutto perché lei avrebbe trovato più verosimile una risposta tipo: “no, è una cooperativa agricola dove si studiano tecniche di negoziazione per il baratto di pomodori con i cinesi”.

In generale, nel periodo universitario la reazione alla notizia si poteva ricollegare ad una semplice equazione anagrafica: entusiasta e a tratti scomposta per la “figata” della cosa tra gli under 25, sbadata approvazione per i 25-40, che avevano paura di sentirsi antichi nel chiedere ulteriori informazioni, modello zia per il resto.
Non ho fatto in tempo ad abituarmi alla polarizzazione superfiga- studentessa di scienze delle brioches, che la laurea ha cambiato tutto. Perché la notizia di essere in fase di ricerca del lavoro stimola oltremodo la fantasia altrui, impreziosendone ulteriormente i conseguenti saggi consigli. In questo caso, la reazione a “sono laureata in Relazioni internazionali e sto cercando lavoro” non è facilmente classificabile.

Ma, al fine della comprensione, continuerò con la suddivisione anagrafica, tracciando due grandi gruppi:

Over 40: se all’indomani dalla laurea si erano discretamente delineati scenari che variavano da Ministro degli Esteri a vice di Ban Ki Moon, pian piano stanno emergendo gli evergreen.

1) il concorso pubblico. Uno qualunque.  Perché se vinci un concorso pubblico eh… Eh?

2) La banca. Perché il posto in banca è sempre una sicurezza.  Da Lehman Brothers pure erano tutti sicuri.

3) “ma tu non potresti insegnare niente?”  Uhm si, alle scuole medie ci sarebbe grande richiesta per la materia “la Russia nel mondo”. D’altra parte, in Russia c’è già. (e non scherzo)

Under 40. La loro più o meno fresca esperienza di ingresso nel mondo del lavoro li fa sentire legittimati a vaticinare consigli ma anche a lanciarsi in ipotesi sulla tua futura carriera. La constatazione delle ottime intenzioni è solo un palliativo al dato di fatto che per i ¾ di loro l’UE serve essenzialmente a non usare il passaporto per viaggiare e Bismarck potrebbe tranquillamente essere una marca di porcellane bavaresi. Quindi, a seconda del livello di fiducia che ti attribuiscono, ecco la top three delle espressioni,  rigorosamente tratte da scena di vita vissuta:

 1)  Ma ho sentito che  in questi giorni c’è quel concorso…quello “proprio dei diplomatici”. Perché non vai a farlo?  Perché aspetto di dimenticarmi ancora qualche altra cosa, sai, per il concorso sulle brioches più si è impreparati meglio è.

 2)  Ah, un mio amico mi ha detto che all’UE gli stage sono pagati. Fai la domanda, non è una cosa che si sa molto in giro, sicuramente hai buone possibilità. No, è che poi fare domanda solo con altri 15000 da tutta Europa..non so, mi darebbe la sensazione di avere la vita troppo facile.

E, l’ultima, più diffusa, che potrebbe acquisire un senso se non fosse pronunciata preferibilmente da giovani che hanno varcato l’italico confine per visitare San Pietro in terza media e per andare in Grecia dopo la maturità:

 3) Perché non vai all’estero? (un estero X, uno qualsiasi, come per i concorsi). Perché poi sarebbe troppo stressante dover decidere tra tutte le ugualmente vantaggiose offerte di lavoro recuperate camminando per strada, perché all’estero funziona così.

Ora, capirete che davanti a tale scenario, comincia ad essere non solo verosimile, ma anche allettante la prospettiva di fare volantinaggio con i propri CV o in alternativa di iscriversi alla Lega solo per farsi comprare una laurea in Ingegneria a Malta.

La verità è che spesso la frustrazione per il desolante panorama lavorativo è aggravata dalla percezione dell’essere considerati laureati di serie B, che pagano adesso con una doppia fatica la presunta facilità del loro corso di studi. Una percezione diffusa, della quale non sempre si riesce a ridere. Per evitare lo sgomento, o per riderne di più,  il comportamento del laureato medio in Relazioni Internazionali è quello di relegare l’argomento “lavoro” esclusivamente alla ristretta cerchia dei propri simili, lasciando che si infittisca di mistero con il mondo esterno, al quale riserverà sorridenti silenzi. Perché chiedersi cosa c’è tra il Ministro e le brioches con chi conosce la crucialità della situazione del Nagorno-Karabakh è tutta un’altra storia.

Ma veniamo al vero scopo di questo post, che non è lo sfogo di una neo-laureata (nemmeno tanto neo, ahimé) che si districa nella giungla del mondo del lavoro, sebbene forse qualcuno potrà leggervi una leggerissima punta di esasperazione. Lancio qui un accorato messaggio a tutti voi, parenti, amici, conoscenti, estetisti, parrucchieri di un laureato in Relazioni Internazionali: perfezionatevi in incoraggianti silenzi-assensi. Cioè, il problema non è la non conoscenza dell’argomento, ma il fatto che voi vogliate parlarne comunque. Nemmeno io ho mai capito cosa fa un laureato in ingegneria gestionale, ma non per questo  lo invito ad aprirsi una salumeria, perché sempre di gestione si tratta.
Limitarsi a rassicuranti frasi fatte. Insomma, un “quando meno te l’aspetti” andrà benissimo.

Saturday, 7 April 2012

"E TU, COSA VUOI FARE DA GRANDE?" " LA RISORSA PERFORMANTE"


Sono cresciuta in un ambiente accademico che visto a posteriori è un’oasi felice: fricchettoni in libertà, impegno politico, la giusta dose di coscienza civica, molto idealismo, poco spirito di competizione. Una guida pratica a come essere inadatti al mondo esterno, insomma. Fino ad ora non avevo capito a fondo la portata della sua influenza su di me. Fino a che non mi sono ritrovata nel limbo di quelli che oggi chiamano simpaticamente NEET (Not in Education, Employment or training). Nella ricerca del lavoro  ho sempre seguito determinati standard in cui quello che mi piacerebbe fare corrisponde anche ad un discreto livello di coerenza etica e morale. 

Poi è capitato, "quando meno me l’aspettavo”, un colloquio per una grande società di consulenza. Un colloquio di gruppo. Presa da mille dubbi esistenziali sull’opportunità  di provare ad entrare in un circuito che nella mia personale top ten delle cose da evitare si batte il primo posto con la metropolitana di Napoli ad agosto e le vacanze a Ibiza, ho deciso di andare a vedere di che si trattava, nel vortice attuale del “non lasciare nulla di intentato”. In fondo, mi sono detta, il mio parere si fondava su supposizioni e rumors raccolti qua e là; pensavo che sarebbe stata un’occasione per superare o confermare un pregiudizio con un’esperienza diretta.

Prima lezione: i pregiudizi a volte sono una salvezza. Dovremmo lasciarli lì tranquilli, non c’è mica bisogno di affrontarli ogni volta. Peraltro, molto spesso i pregiudizi possono risultare deludenti, come nel mio caso. I miei, in confronto alla realtà effettiva, erano fiorellini e ricami rosa.
Andiamo con ordine.

Partecipanti al colloquio: divisa d’ordinanza. Giacca e cravatta per i ragazzi (a tal proposito, rilevante conversazione telefonica con amica C: “già c’è qualcun altro?” IC: “si, ma mi sembrano vecchi in realtà” C: “eh, ma è tipico di quelli di economia”), tailleur e tacco 12 per le ragazze. Borsa variabile da Hermés  Louis Vuitton fino ad una banalissima Armani Jeans. L'odio gratuito a primo impatto di IC si concentra subito su una ragazza napoletana, notevole per una chioma bionda con una tonalità ugualmente intensa a quella del nero delle sopracciglia. Ha reso IC fiera di suoi pregiudizi (vedi sopra) con un’unica frase: “ieri sono stata dal parrucchiere, perché io in genere sono riccia, però sai, il liscio è più formale”. Non  si è fermata qui, pensando bene di avvertire tutti, convinta della sua travolgente simpatia, che prima di entrare doveva “spegnere tutto quello che ho”, sfoggiando Iphone, Ipad etc etc.  Il suo ruolo era quello della sciolta e disinvolta che, con la scusa di fare conversazione perché-sono-solare-intelligente-brillante indagava neanche troppo discretamente sulle caratteristiche della concorrenza. In generale, erano tutti simpatici come le calze smagliate appena arrivate ad una festa. E' poi verosimile pensare che odiassero indistintamente IC  per l' atteggiamento di chi affrontava la giornata con lo stesso pathos con cui si affronta un giro al supermercato.

Colloquio: il primo step è la presentazione dell’azienda. Un tripudio di termini inglesi sparati a caso, perché, you know, “siamo una delle prime multinazionali mondiali”. Segue disegno della PIRAMIDE  AZIENDALE. Volti che si illuminano. In pratica, è molto facile fare carriera se ti fai un mazzo così dal primo giorno ed è molto facile guadagnare bene. Detto in parole loro: “è chiaro che poi saranno solo le RISORSE PIÚ PERFORMANTI ad avanzare”. IC avverte fisicamente il delinearsi sul  volto dell’espressione : “cosa c***o ci faccio qui?”, alternata ad entusiasmo per l’esperienza sociologica in atto. Volendo tralasciare il fatto che risorsa performante letteralmente non significa una beneamata mazza, ma cos’è? Una recita caricaturale organizzata da un centro sociale? Siamo in un romanzo di Orwell e non ce ne siamo accorti?
Segue prova di logica e matematica, alla quale IC sarà bellamente segata in tronco, più prova di inglese. Per dimostrare che “l’azienda conferisce un’importanza assoluta all’inglese”, il tenore della prova è: scrivi il nome del personaggio che sta parlando.

“Hi, I am Jon”
“Sorry, can you spell it?”
“J-O-N. Not J-O-H-N”
“Alright”
“J-O-H-N is wrong. J-O-N is right”

Alla fine delle prove, IC capisce che non sarà mai una risorsa performante quando i suoi colleghi si dimostrano agitatissimi per il test di inglese e non fanno una piega per quello di matematica, al quale IC probabilmente avrà risposto bene, e non senza fatica, solo a “2+…=10”.

Gita negli uffici: IC ha avuto la preziosa possibilità di fare visita agli uffici interni, grazie ad una talpa, amica Y che ci lavora (responsabile anche dell’avventato invio del CV di IC). Ufficio pare peraltro una parola azzardata. File sterminate di cubicoli con postazioni computer debitamente separate da quelle laterali; risorse performanti ovunque, in divise blu/nere. Un colore manco a pagarlo. Macchinetta del caffè assediata da risorse performanti. Amica risorsa performante Y mi spiega che all’interno del computer c’è una specie di chat che controlla tutte le attività, nonché l’ orario di accesso. Alcune risorse performanti si lamentano dei ritmi di lavoro, ma poi convengono che “è un’azienda importantissima, è una fortuna lavorare qui e si può lavorare per la promozione”. Una risorsa performante amica di risorsa performante Y, ricordando con aria sognante il suo colloquio, elargisce consigli a IC sul comportamento da tenere al colloquio di gruppo, invitandola a fare da moderatrice, mettendosi in mostra, ma senza prendere posizioni nette. Per fortuna IC non ci è mai arrivata al colloquio di gruppo.

Ora, capisco che probabilmente è una visione un po’ parossistica della faccenda, ma ho trovato davvero tutto molto avvilente. L’assoluta spersonalizzazione di ragazzi in gamba costretti a mascherare l'insoddisfazione dietro ad un’ idea di “fortuna” etero-imposta; l’ipocrita convenzione di vestirsi di tutto punto per passare la giornata in un metro quadro; la logica malata del colloquio di gruppo per cui per vedere riconosciute le tue capacità devi sentirti migliore degli altri in una gara faccia a faccia a chi ci riesce meglio; sacrificare la propria vita sociale a 25 anni per fare gli straordinari fino alle 10, per “performare” di più.

 Probabilmente, il mio è un mondo ancora troppo dorato, viziato da pregiudizi e dall’ingenua idea che non si debba sacrificare per forza la passione con cui hai animato i tuoi studi; forse tutto ciò  si sgretolerà con un vero bagno nella realtà Ma a prescindere dalle ambizioni, dalle aspettative e dalle scelte dipendenti dal libero arbitrio di ognuno, voglio sperare che nessuno debba mai ridursi ad essere lusingato  nel sentirsi definire “una risorsa performante”.
Il cerchio della mia introspezione sociologica nel mondo performante si è chiuso con questo passo letto nel viaggio di ritorno, tratto da “Mondo Nuovo” di Aldous Huxley:

Perché il nostro mondo non è il mondo di Otello. Non si possono fare delle macchine senza acciaio e non si possono fare delle tragedie senza instabilità sociale. Adesso, il mondo è stabile. La gente è felice; ottiene ciò che vuole e non vuole mai ciò che non può ottenere. Sta bene; è al sicuro, non è mai malata; non ha paura della morte; è serenamente ignorante della passione e della vecchiaia; non è ingombrata da padri , né da madri; non ha spose, figli o amanti che procurino loro emozioni violente; è condizionata in tal modo che praticamente non può fare a meno di condursi come si deve.

Saturday, 24 March 2012

Viaggi e miraggi




Il treno è decisamente il mio mezzo di trasporto preferito, perché non è asfittico come il pullman, non richiede organizzazione come l’aereo e soprattutto mi consente di farmi i fatti altrui in libertà, pur continuando ad essere sociopatica al tempo stesso (cosa che non è consentita in macchina, dove lo spazio ristretto ti fa sentire in dovere di intavolare conversazioni. Poi lì subentra il fattore silenzio imbarazzante. Ma questa è un’altra storia). Insomma, fin da piccola amavo stare a sentire i discorsi dei miei vicini o anche solo osservarli e fantasticare sulle loro vite, sulle loro destinazioni. Quando poi ho letto Sonata a Kreutzer, ammetto di essere proprio entrata in fissa, lanciandomi in ambiziose metafore tra treno e vita, fomentata ulteriormente da Anna Karenina, dove pareva che tutto succedesse in treno (o anche sotto). Non a caso, i binari sono tra i miei soggetti fotografici preferiti, perché mi sembra che rendano bene l’idea di un percorso lineare nonostante la diversità dei paesaggi e dei climi che attraversano, riuscendo a trasmettere una serenità di fondo pur non avendo una meta visibile. E poi perché fa molto bohemienne decadente, of course.

La vita da studentessa fuori sede ha accontentato questa mia tendenza e di conseguenza,  molte ne sono passate sotto questi occhi e orecchie. Ma l’ultima sembra aver superato ogni  limite della  mia fervida immaginazione. Si sa, l’ultima sembra sempre la migliore ma questa non mi stancherò mai di raccontarla. Sento la necessità di tramandarla ai posteri.

Ambientazione: lurido treno regionale. Durata prevista: 3 ore. Fermate previste: innumerevoli.

Iron(y) Curtain fa il suo ingresso sulla scena, devastata dall’orrida scoperta che non sembrano più esserci posti a sedere e già cominciando a rimpiangere di essere nata in quest’epoca dove il buon senso degli uomini  suggerisce di cedere il posto solo a molto vecchi e molto bambini invece che a giovani donne in piena salute. Proprio mentre pensa a quanto sia meschino il solo pensiero di rinnegare biecamente tutti gli ideali di parità e indipendenza solo per poggiare le nobili terga su un sudicio sedile, avviando una digressione mentale sulla volatilità delle convinzioni umane, intravede un posto libero. E non era affatto  facile vederlo, visto che tutta l’attenzione era catalizzata dalla pelliccia bianca della donna seduta vicino.

 Nell’avvicinarsi e nel chiedere cortesemente se il posto fosse libero, IC rimane accecata dal trucco oro-turchese della donna in questione, che non contenta, aveva pensato di mettere anche una matita marrone  a segnare il contorno labbra, corredata di rossetto rosso per non correre il rischio di sembrare eccessivamente sobria. IC si siede ed è troppo presa dallo stupore del realizzare che la donna, sui 35 anni, indossa delle calze a rete bianche -l’ultimo esemplare era stato avvistato nel 93’- per accorgersi subito di un uomo di mezza età seduto di fronte, che con fare ammiccante si rivolgeva alla signorina affrontando il più scontato dei discorsi in treno: i disagi del treno. Insomma, a parte l’abbigliamento, comodo e adatto per un viaggio alle 10 di mattina, tutto sembra molto banale, al punto che IC decide di accendere il lettore mp3 e immergersi subito nella sua sociopatia da viaggio. Prima però, mentre IC cerca di cavare roba utile dall’universo parallelo che è la sua borsa, quello che diventerà il nostro eroe riceve una telefonata, nella quale emette solo dei seccatissimi monosillabi e farfuglia una mezza litigata. È dalla spiegazione che ne segue che IC capisce le potenzialità della situazione.

Uomo: “Sa, era la mia compagna. [segue descrizione della sua vita. Separato, due figli, di cui uno sposato, convive da dieci anni, figlia di lei a carico]. Diciamo che ci vogliamo bene, ma lei è pesante. Troppo gelosa. Per esempio, adesso mi ha chiesto: “ci sono delle donne in treno?” e io: “si” “e sono belle?” e io: (sguardo con la carica sexy di una sedia a dondolo): “devo dire proprio di si”.

Donna: (ride) bè, è un po’ stupido da parte sua. Le donne sono dappertutto. E poi, mi scusi, ma credo che neanche George Clooney sia assalito da tutte le donne che incontra.

Insomma, la signorina si rivela più acuta del previsto e piuttosto divertita dalla situazione. Lui, spiazzato dall’imprevista difficoltà della situazione, decide di sfoderare quella che evidentemente ritiene la sua arma migliore: la cultura. Il tutto nel lessico tipico del napoletano che parla solo in dialetto che cerca di esprimersi in italiano, quindi sfoderando termini desueti e fuori luogo (la mia “abitazione” si trova..etc etc) Si presenta come geologo, ma spazia dal citare libri di ARMANDO Camilleri al dire la sua sulla PRECARIEZZA dei giovani, non disdegnando  massime sull’importanza dei valori delle donne che al giorno d’oggi si sono persi.  Su quest’ultimo argomento si sente in dovere di chiedere alla donna “che professione svolgesse” (lessico legato alle motivazioni di cui sopra).

D (placidamente): “Animazione notturna”
U (avvio di espressione inebetita):”in che senso?”
D: “lap dance”
U (espressione a questo punto totalmente inebetita, unita a punta di compiacimento): “Ah”
U (cercando di ricomporsi, ha la geniale intuizione di proseguire così): “Non l’avrei mai detto”
D (che nel frattempo si guadagna sempre più l’ammirazione di IC): ma va là, se sono partita direttamente dal lavoro.
U (risata nervosa, ma sempre più illuminato, riesce a mettere in fila una gaffe dietro l’altra): “beh, mi fa piacere. Cioè, perché “dicono” che a volte ci sono certi cessi a fare la lap dance! Invece lei si vede che è portata. Ma poi a una certa età si può ancora fare? (no, ti chiamano dall’INPS per darti il pensionamento per usura (IC))
D: “certo, se ti alleni e ti mantieni bene. Io lo farei anche un altro lavoro, ma non si trova nulla. E mio figlio devo mantenerlo, perché il padre non l’ha riconosciuto”
U (sentendosi sempre più sul set di “Strip- tease”: eh, sono problemi quando capita. Però si vede che sei brava. ( a fare che non è dato sapere).

La conversazione si tronca. Lei chiaramente non vede l’ora di arrivare. Lui è imbarazzato. IC continua a fingere di leggere e ascoltare la musica contemporaneamente, per non destare sospetti. Nel frattempo, riesce quasi ad intravedere l’omino del cervello di lui che si affatica per cercare un argomento di cui parlare. Fino a che decide che è il caso di passare alla cronaca. Che all’epoca dei fatti, non era altro che  il naufragio della Costa Concordia.  In quanto geologo, si sente di dare un’opinione tecnica su come spostare la nave e su i vari tentativi fatti. Ne elenca qualcuno. Si ferma. Incomincia una nuova frase. E lì il raggio di sole della giornata di IC:

“Perché poi, per un periodo era stata PAVIMENTATA l’ipotesi che…”

D’altra parte l’aveva detto che lui era un tecnico. Il pragmatismo di pavimentare le ipotesi, di abbandonare la fittizia oscurità del condizionale (spesso e volentieri anche del congiuntivo). Genialità.

Epilogo: potrebbe essere successo altro dopo. Potrebbe essere passata un’ora. Ma IC ha smesso di essere consapevole di tutto il resto dopo quella frase, non riuscendo a pensare ad altro. L’uomo potrebbe averle chiesto informazioni appena scesa la donna, ma lei tutt’oggi non è ancora in grado di riportare i fatti in maniera lucida.

P. S. morali del viaggio:
parlare sempre con gli sconosciuti, se questi sono fonte di ilarità.
Non disperare per possibili stati di inoccupazione. L’animazione notturna ti  fa  guadagnare e ti tiene anche in forma. Nel caso non fossi portata, anche aprire un punto vendita di calze a rete e maquillage per animatrici notturne sarebbe un’attività redditizia.

P.P.S. L’epilogo è stato molto più chiaro di questo. Ma se l’avessi rivelato vi avrei tolto il gusto di pavimentare ipotesi.







Sunday, 11 March 2012

Cronaca di un blog annunciato



“Seguimi lettore” (ehm, no forse quello di Bulgakov come incipit è un po’ pretenzioso).

Sorvolo le presentazioni perché la mia potrebbe essere quella di chiunque altro: 25 anni, laureata, disoccupata in cerca di posto/i  nel mondo.   

Ho pensato a lungo prima di “aprire” un blog- detta così sembrerebbe molto più conveniente “aprirsi” una macelleria- perché l’ho sempre considerato in conflitto con la mia scarsa costanza e la riservatezza di mettere i fatti miei- anche se indirettamente- in giro. Sono due mesi che me l’ero ripromesso, prima sulla fiera onda dell’indignazione dei discorsi di moda sui ggiovani, “perché devo almeno scriverlo io della sfiga che mi è capitata ad avere 25 anni ora”, poi perché “sarà bello leggere delle mie ansie per il futuro quando sarò una donna realizzata”, virando infine verso un più modesto “è un modo per passare il tempo senza avere la sensazione di sprecarlo del tutto”. Poi un giorno è capitato che mi sono fermata a pensare a una cretinata in treno, ma non avevo nessuno con cui condividerla o commentarla. Ho pensato di scriverla. Siccome mi sembrava prematuro  e un tantino velleitario avviare una raccolta di aforismi  o una sorta di “memorie di gioventù” dei poveri, ho rivalutato il blog.


Insomma, aveva tutta la meraviglia del progetto campato in aria. Fino a che non si è scontrato con la realtà, manifestatasi sotto forma di titolo. Il titolo è importante, non scherziamo. Non si può fare mica come i nomi dei bambini che poi saranno destinati a farsi perculare per i primi 15 anni di vita. No. Il progetto è tornato nella dorata leggiadria dell’aere, fino a quando mi è stato detta di nuovo. Lei, la frase che più mi sono sentita dire negli ultimi dieci anni, e più che mai rappresentativa di quest’epoca della mia vita: 


“QUANDO MENO TE L’ASPETTI”. 

 Tutti prima o poi hanno avuto un quando meno te l’aspetti. Si adatta a tutte le stagioni.  Hai 11 anni e sogni di avere le tette? “non ti preoccupare, quando meno te l’aspetti le avrai”. Ne hai  16/18/20/23/25/39/40…e vuoi uno straccio di uomo? “eh, vedrai che quando meno te l’aspetti.” Vuoi un lavoro super precario con cui non paghi neanche un cappotto da Oviesse?” “massìì..quando meno te l’aspetti!”. 


Ora, io non ho mai capito bene come funziona il meccanismo del non aspettarselo: cioè, se ho tutte le cose a posto e quelle più grandi di me hanno le tette, perché non dovrei aspettarmi di averle anche io un giorno? (mica autobiografico, eh).  Così pure, considerato che non ho tre teste, ma solo una anche a tratti pensante, non ho gravi forme di alitosi, non ho più cellulite della media, perché non dovrei pensare all’ipotesi di avere un uomo quantomeno con le stesse suddette caratteristiche? Ancora, perché non dovrei aspettarmi un lavoro dignitoso, dal momento che una laurea me l’hanno data, faccio un uso responsabile del congiuntivo e ho tutte le abilità prensili intatte?

Poi, data la frequente ricorrenza della frase in tempi recenti, l’illuminazione.  È modo gentile per liquidare le tue lamentele che in realtà, dietro all’evidente parvenza di presa per i fondelli,  cela l’alone confortante del caso. Ti legittima a non pensarci, perché in fondo non dipende da te. Non potrai mai essere responsabile  di quello che avviene per caso. Non potrai fare nulla per manipolare il caso.  Inoltre, implica intrinsecamente una felicità raddoppiata dall’eventuale verificarsi del fausto evento per il semplice fatto che dovrebbe caderti dal cielo. Il tutto, detto a una che ha una tendenza al controllo e al “mi-faccio-da-sola” pari all’attitudine al trash di Lady Gaga, non è proprio bello.

Ecco. Questo blog è l’unica cosa nata quando meno me l’aspettavo, quando invece mi aspettavo di essere super-impegnata in giro per il mondo.  La diffidenza verso il “meno aspettarselo” persiste eh, però fino ad ora nemmeno “quando più me l’aspetto” ha prodotto grossi risultati.  Di conseguenza, è ora di affidarci al caso, di scrivere quello che il caso richiede, di sentenziare su notizie a caso, di pontificare su disagi giovanili a caso, di raccontare fatti miei o altrui a caso. Quindi, diciamo basta ai fili logici.


Sarà tutto molto random, ma mica per niente: è che così  non te l'aspetti.